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Christopher Walken e il mistero del cinema: “Il mio personaggio preferito è lo spettatore”

“Strano: un aggettivo che ho estirpato dal mio vocabolario”. A parlare è – scegliete voi – l’uomo senza testa di Sleepy Hollow (regia di Tim Burton), il capo-succhiasangue in Vampiri a New York (Abel Ferrara), il capitano Koons di Pulp Fiction (Quentin Tarantino). Christopher Walken ha gli occhi di un lupo e un’energia accecante ma ha imparato a mimetizzarsi nel mondo reale. E a conquistare cinema e Fatboy Slim (ripescate il videoclip di Weapon of Choice). Un Oscar come miglior attore non protagonista per Il cacciatore (1978), ama lavorare “solo con chi rischia” perché “a fine della giornata torno, e resto, un uomo qualunque”.

Nato a New York nel ’43 da una coppia di fornai, Walken ha esordito come ballerino, amante del tip tap, alla Hofstra University & ANTA, fulminando il pubblico del Theatre World in La rosa tatuata di Tennessee Williams. In rete è un idolo al pari di Bill Murray: circolano un video cult dell’attore ospite del tv show Saturday Zoo mentre legge la fiaba I tre porcellini, una foto di lui a 12 anni truccato da clown e una sessione di doppiaggio di un porno svizzero. Non è abbastanza “strano”? Ultimo in ordine di tempo a completare il kit di ruoli fuori di testa La famiglia Fang (uscito in Italia a settembre), poi Walken sarà il proprietario di un negozio di animali in Nine Lives di Barry Sonnenfeld.
Distribuito da Adler Entertainment, La famiglia Fang – secondo film da regista di Jason Bateman dopo Bad Words (2013) – mette al centro genitori che si rivolgono ai pargoli chiamandoli Figlio A e Figlio B e li sottopongono ad allucinanti flash mob con rapine a mano armata, sciroppi d’acero spacciati per sangue e teatro di strada. Gli effetti collaterali di Caleb (Christopher Walken) e Camille Fang (Maryann Plunket) sui figli, nell’età adulta, sono irreversibili: Annie (Nicole Kidman) e Baxter (Bateman) se la devono vedere ancora coi vecchi filmini in bianco e nero, girati dal padre e custoditi in casa. E quando mamma e papà Fang, ormai anziani, spariscono, Annie e Baxter si trovano davanti a un punto di domanda: un’ultima, grande performance?

Walken, in passato ha detto che diventare un attore caratterista non è un problema. La pensa ancora così?
“Sì, perché da ‘caratterista’ mi sono ritrovato a lavorare al fianco di Woody Allen in Io & Annie, Leonardo DiCaprio e Steven Spielberg in Prova a prendermi, Clint Eastwood in Jersey Boys e Nicole Kidman e Jason Bateman per questo film. Mi domandano sempre ‘come scegli quei ruoli?’, la verità è che non scelgo: faccio il mio lavoro e prendo quello che mi dà energia”.

Una famiglia strampalata come quella dei Fang, lei l’ha avuta?
“No, i miei erano piuttosto ordinari. Ma sono cresciuto a New York, nel Queens, e strada facendo mi è capitato di vedere tanti Fang in circolazione, parecchi genitori usavano l’arte e il teatro per insegnare ai figli come stare al mondo e reagire alla minaccia del conformismo. Quand’ero giovane, New York era la casa della performance art. Credo lo sia ancora. Vedevo l’arte sbocciare in strada, tutti avevano il teatro nel sangue. Una volta entrai in banca, un tipo si stava esibendo, aveva attirato una folla pazzesca, a nessuno interessava più riscuotere l’assegno mensile. È l’arte del busking: teatro, danza e cirque nouveau. Amo quell’atmosfera. È una specie di religione. Mi appartiene”.

La famiglia Fang ha diversi segreti. Lei ne ha?
“Sai, la cosa meravigliosa del cinema è proprio il segreto. Nel novanta per cento dei casi non ho idea di come verrà il film nel complesso. È sempre una sorpresa vederlo sul grande schermo assieme agli altri. Tutto il cinema è mistero”.
Ha menzionato il “mistero del cinema”: dove la sta portando il cinema?
“So che la parte essenziale è il casting. Avere bravi attori aiuta quasi sempre il regista e il suo team. E la maggior parte del lavoro è fatto. Il mistero resta impenetrabile, è impossibile sedersi e goderne. Io sono arrivato al cinema quasi per caso. Ero in fissa con teatro e musical, mi piaceva danzare…”.

Ha un trascorso da doppiatore e da poco ha prestato la voce a Re Louie in Il libro della giungla.
“Quello del doppiatore è un mestiere bello e indecifrabile. Spesso al cinema si creano dei cortocircuiti interessanti: dai la voce ma non sai a chi oppure reciti senza mai incontrare il tuo partner perché solo al montaggio sarà aggiunto un piano che unisce lui e te nella stessa scena. Una volta ero fermo al semaforo a Los Angeles, si accosta una macchina, qualcuno spalanca il finestrino e comincia a gridare. Io dico: ‘Ma che diavolo vorrà?’. Guardo meglio ed è Jeff Goldblum. Mi urla: ‘Chris! Abbiamo fatto cinque film insieme e non ti ho mai incontrato di persona’.

C’è una battuta nel film, “Questa è arte o uno scherzo?”. Mi chiedo se lei certe domande se le fa.
“Davvero c’è una battuta del genere? Chi la dice? Ora ricordo. Arte è arte ma non necessariamente arte con la ‘a’ maiuscola. A volte è solo lavoro, abitudine. Quando la gente parla di arte mi innervosisco. Durante i miei sketch nel Saturday Night Live chiedevo ai Blue Öyster Cult di mettere ‘più campanacci da vacca’ nella canzone (Don’t Fear) the Reaper. Tutti mi dicevano: ‘È una metafora’. E io: ‘Le metafore chiudono il sabato sera’”.
Che rapporto ha con i festival?
“Diciamo che ho un bel rapporto con il pubblico, soprattutto con quello che va a vedere i film alle proiezioni di notte. Mi entusiasma l’overdose da cinema, gente che viaggia per vedere film, giurie, attori… Una volta mi hanno messo in giuria con persone provenienti da tutti i paesi del mondo. Erano infervorati. Si litigava molto per il giudizio di un singolo film. Ricordo che uno dei membri mi fermò mentre esponevo un commento su un’opera. Disse: ‘Chris, non ho capito un accidente di quello che hai detto, dal primo giorno che sei qui’”.

I giovani setacciano il web a caccia di polaroid che la ritraggono da ragazzo. E’ un sex symbol fuori dal tempo.
“Davvero? È una scoperta. Sono per la ‘serendipità’ e per le sorprese inattese, d’altronde. Ero carino prima, oggi sono proprio bello”.

Naviga in rete?
“Non uso il computer, non ho il cellulare. Ma ci vedo benissimo. Noto cosa sta accadendo, non si può tornare indietro. Poco tempo fa parlavo con un businessman che punta al digitale, ne è legittimamente ossessionato, e mi ha fatto capire che mai come ora le piattaforme di streaming hanno avuto una tale mole di contenuti. Netflix e YouTube sono macchine rivoluzionarie che hanno bisogno di macinare e inghiottire roba. Forse lo schermo diventa sempre più piccolo ma il profitto è sempre più grosso. All’Epcot Theme Park di Orlando, per esempio, ho visto un’esibizione di ologrammi. Niente schermi, contatto diretto tra persone e tecnologia. Mi hanno dato in mano un occhiale, l’ho indossato e tre secondi dopo mi gettavo virtualmente dal tetto di un edificio. L’elemento più affascinante è quella ‘sensory thing’, il tatto, l’olfatto, sentire l’esperienza su tutto il corpo”.

Diventerebbe mai un ologramma?
“Io sono già un ologramma!. In quel parco a Orlando hanno creato un ologramma-Walken. Resiste cinque minuti prima di sparire. È interattivo. Puoi attraversarmi il corpo con la mano”.
Ma perché niente telefono?
“Perché il telefono è come un orologio. Tutti lo vogliono. Mia moglie mi dice sempre: ‘Qualsiasi cosa tu faccia, non googlare mai il tuo nome su Internet'”.

Le dà ascolto?
“No”.

Il personaggio interpretato a cui è più affezionato?
“Soprattutto a teatro c’è un personaggio principale che viene sempre trascurato: lo spettatore. Per me il pubblico resta il più grande film e la più bella commedia della mia vita. Sento parlare gli atleti di ‘zona’, ‘medaglia’, ‘punteggio superato sul filo di lana’. Mi sento come loro: un olimpionico del cinema in mezzo a un applauso”.
La repubblica

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