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Hollande forza la mano sul jobs act francese, scontri in piazza

Manifestazioni, scontri con la polizia e una nuova – la quinta in due mesi – mobilitazione convocata dai sindacati per domani. La Francia ha accolto così la decisione di Francois Hollande di spaccare la maggioranza forzando la mano al Parlamento per far passare la nuova legge sul lavoro varata dal governo Valls, quella che definisce “l’ultima grande riforma del quinquiennato” che scade a maggio dell’anno prossimo. Dopo un consiglio dei ministri convocato all’ultimo minuto, il governo francese ha autorizzato il premier Manuel Valls a ricorrere all’articolo della costituzione 49-3 che permette di adottare la riforma senza il voto del Parlamento: l’assemblea Nazionale può opporsi solo votando una mozione di sfiducia, che ieri – puntualmente – è stata presentata dall’opposizione di centrodestra. Perché passi, però, saranno necessari i voti di almeno 40 socialisti: Hollande e Valls confidano che domani i frondisti di sinistra non si uniscano ai conservatori far cadere il governo. La decisione sarà presa oggi, ma “non si tratta solo di far cadere il governo, noi dobbiamo evitare che la leggi passi” ha detto Christian Paul portavoce dei “frondisti”.

“Il governo – si è difeso Valls – è alla costante ricerca del compromesso, per questo il testo è stato integrato con 469 emendamenti, ma nonostante tutto prosegue l’alleanza tra frondisti e conservatori nel boicottare le legge” per questo l’esecutivo ha deciso di ricorrere all’articolo 49.3: “Abbiamo il dovere di andare avanti, di superare le minoranze di blocco. Anche a costo di rischiare la caduta del governo”. Di certo la mossa di Hollande non aiuterà il presidente a risalire nel gradimento dei francesi che detestano le forzature. Basti pensare che lo stesso Hollande, dieci anni fa, prima ancora di salire all’Eliseo, defini il 49.3 “atto di brutalità, una negazione della democrazia”.

“E’ la triste ammissione di un fallimento”, deplora Aurélie Filippetti, l’ex ministra della Cultura, che si dimise dall’esecutivo in nome dei valori della gauche, unendosi al coro di proteste in tutta la Francia. Nuit Debout, il movimento ispirato agli indignados spagnoli che da fine marzo occupa Place de la République, parla di “insulto al popolo francese”, un “arretramento senza precedenti dei diritti dei lavoratori, un ritorno al XIX secolo”.
Conservatori e frondisti, quindi, non fanno altri che cavalcare il malumore dei francesi che negli ultimi due mesi non hanno perso occasione per paralizzare la Francia. Il via libera alla riforma – ispirata per larghi tratti a quella italiana – rischia quindi di affossare un governo sempre più in difficoltà. D’altra parte, sull’altro versante delle Alpi, il tasso di disoccupazione viaggia poco sotto l’11%, a un livello inferiore rispetto a quello italiano (11,4%), ma ai massimi degli ultimi 18 anni. La popolarità di Hollande è in caduta libera e senza una brusca ripresa dell’economia, con un forte calo dei disoccupati la sua già difficile rielezione nel 2017 rischia di diventare un miraggio: “Non mi ripresenterò alle elezioni – ha dichiarato il presidente – senza una netta inversione di tendenza”. E rischia la stessa sorte per Valls che coltiva ambizioni da uomo nuovo del centro sinistra francese, proprio come Matteo Renzi e l’omologo spagnolo Pedro Sanchez.
Per Hollande definisce il progetto di legge un “giusto e dinamico compromesso” e un “testo progressista. E’ un compromesso giusto e dinamico come tutto ciò che abbiamo fatto dal 2012. E’ un testo progressista”. Il problema è che oltre a non piacere ai francesi, la riforma non piace più neppure alle imprese che ne criticano i passi indietro sul fronte dei licenziamenti: la prima versione – più liberale – è infatti stata ammorbidita.

La legge. Come in Italia, l’obiettivo è quello di rendere più flessibile il mercato del lavoro in entrata e in uscita, di ridurre il costo dei licenziamenti e – soprattutto – la discrezionalità dei giudici sulle indennità ad “eccezione di fatti di particolare gravità da parte dell’azienda”. Sul fronte delle 35 ore, invece, Parigi mette mano a una legge che per i francesi è intoccabile allargando le maglie della flessibilità sull’orario settimanale e tagliando la retribuzione degli straordinari. Per gli oppositori – e l’ala sinistra del partito socialista – la riforma è troppo favorevole alle imprese, mentre per il mondo confindustriale i passi indietro dell’esecutivo sulle 35 ore e sui licenziamenti sono già una catastrofe. Il governo ha cercato di accontentare tutti finendo per deludere ogni interlocutore: sui licenziamenti economici – per esempio – non sarà sufficiente invocare un periodo di crisi delle filiali francesi di un azienda, mentre a livello di contrattazione quella aziendale supererà quella nazionale.

Le 35 ore. E’ uno dei punti più delicati dell’intera riforma. Il codice del Lavoro permette già il passaggio a un massimo di 60 ore settimanali in deroga per “circostanze eccezionali”. Il tempo massimo di lavoro settimanale medio, però, non può superare le 44 ore su un periodo di 12 settimane. Il governo, invece, vorrebbe portare il calcolo della media a 16 settimane permettendo di aumentare l’orario – in base ad accordi aziendali o di settore – a 46 ore. Le critiche alla proposta sono rivolte proprio ai rapporti di forza tra le imprese e gli addetti con le prime che hanno a disposizione diversi strumenti per costringere i dipendenti ad accettare gli accordi: per esempio potrebbero minacciare di denunciare un calo della produttività o del fatturato, facendo scattare licenziamenti economici legittimi. A preoccupare i sindacati, poi, è il taglio proposto agli straordinari: oggi le prime otto ore oltre le 35 settimanali sono pagate il 25% in più, le successive il 50% in più. Valls, invece, propone di ridurre il costo mantenendo un plafond minimo del 10%: inoltre i dipendenti potrebbero chiedere di recuperare le ore di lavoro in un arco di tempo che si allarga fino a tre anni. Valls ha ribadito, però, che la trattativa collettiva resterà centrale per le decisioni sul tempo di lavoro, ovvero sulla possibilità che in un’azienda i dipendenti lavorino più di 35 ore a settimana, e non ci potranno essere modifiche alle regole vigenti in mancanza di un accordo.

Le indennità. Oggi, i giudici hanno mano libera: possono decidere il reintegro del lavoratore o stabilire un risarcimento senza alcun tetto. Esiste solo una base di partenza per il risarcimento che da un minimo di sei mesi di salario oltre all’indennità di preavviso può salire a qualsiasi cifra. Come in Italia, però, le aziende chiedono costi certi per far ripartire l’occupazione e nonostante i risultati nella Penisola non siano ancora entusiasmanti, Parigi vorrebbe allinearsi. La proposta prevede tutele crescenti con il tempo, ma dopo gli scioperi di massa Valls ha fatto marcia indietro spiegando che quelle del governo saranno “indicazioni di massima”. Resta quindi l’indennità di preavviso, ma in caso di licenziamento illegittimo scompare il reintegro così come il risarcimento minimo pari a sei mesi di stipendio. Come in Italia, l’esecutivo propone indennità crescenti con l’anzianità aziendale non si tratta, come detto, di tetti massimi, ma indicativi: 15 mesi di salario per i lavoratori con almeno 20 anni di servizio; 12 mesi per quelli con 10-20 anni; nove mesi con 5-10 anni;

sei mesi con 2-5 anni; tre mesi al massimo per tutti gli altri. In questo senso la norma italiana è più generosa nei confronti dei dipendenti che hanno diritto a due mensilità per ogni anno di servizio, con un minimo di quattro e un massimo di 24 stipendi.
La repubblica

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