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la strategia di Donald Trump: Usare la Corea per piegare l’Iran

Il Golfo Persico e la Corea sono legati da un sottile filo rosso che Donald Trump e la sua amministrazione hanno voluto costruire dall’inizio del mandato. Sono due i principali dossier sul tavolo della Casa Bianca: Pyongyang e Teheran. E sono legati fra loro da un inestricabile gioco di minacce e promesse che serve per mandare un messaggio all’altro destinatario. In un gioco di misure e contromisure, attacchi e risposte, incontri e scontri che si può comprendere solo guardando i due fronti insieme.

La questione fu perfettamente chiara nel momento in cui Trump annunciò l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano. In quell’occasione, mentre il presidente Usa denunciava l’Iran e la contrarietà all’accordo del 5+1, fu annunciato dallo stesso inquino della Casa Bianca l’arrivo di Mike Pompeo in Corea del Nord. Una coincidenza per nulla trascurabile, anzi, perfettamente ancorata a un rigido schema mentale dell’amministrazione americana.

Trump ha usato per mesi la Corea del Nord e Kim Jong-un per arrivare a una soluzione definitiva con Teheran. E, viceversa, ha utilizzato e continua a servirsi dell’Iran per inviare messaggi molto netti ai vertici nordcoreani. I due Paesi, tradizionali nemici di Washington ma radicalmente diversi nell’approccio con il mondo, hanno infatti un denominatore comune che li unisce e che per gli Stati Uniti rappresenta il cuore del problema: il programma nucleare.

Trump ritiene che entrambi gli Stati non debbano avere l’atomica. E questo rende di fatto inscindibili i due dossier perché Washington sa che uno dei due nemici agirà non solo in base a come si comporterà l’America nei suoi confronti, ma anche dell’altro rivale. Kim sa perfettamente cosa succede tra Washington e Teheran. E i leader iraniani sanno perfettamente cosa accade fra le due sponde del Pacifico.

Per questo motivo, non si può non leggere la realtà dello scontro con l’Iran e della distensione con la Corea del Nord in maniera simmetrica. E ce lo insegna la stessa realtà dei fatti. Nel momento in cui Hassan Rohuani e Ali Khamenei minacciavano la chiusura di Hormuz come risposta al blocco delle esportazioni di petrolio iraniano da parte degli Usa, dalla Corea del Nord giungeva la notizia dello smantellamento del sito di test missilistici di Sohae.

Questo parallelismo fra Pyongyang e Teheran è simbolico di come da Washington ritengano un dossier utile all’altro. Con una, anzi, due differenze sostanziali nell’approccio. La prima è che la Corea del Nord ha testato l’atomica e ha un potente alleato, in Cina, che non vuole in alcun modo la guerra alle sue porte. La seconda è che mentre Trump non ha alcun interesse a muovere guerra alla Corea del Nord né alleati in grado di coinvolgerlo, contro l’Iran ha due alleati, Israele e Arabia Saudita, che non vedono l’ora di regolare i conti con il governo iraniano.

I due approcci paralleli, quindi, seguono strade contrapposte. Trump ha le possibilità e la volontà di mostrarsi aperto nei confronti di Kim perché sa che gioca una partita in solitaria, in cui la Cina ha un ruolo di mediatore e nessuno degli alleati asiatici ha la forza né la voglia di scatenare una guerra. Anzi, tutti in Asia orientale sono concordi nella denuclearizzazione della Corea e nella fase di distensione con il governo nordcoreano.

Al contrario, sul fronte di Teheran la situazione è molto diversa. Trump potrebbe anche non avere alcun interesse a scatenare una guerra all’Iran, ma i suoi alleati e il fronte interno puntano su un assedio continuato e costante contro il Paese degli Ayatollah.

In questo diverso approccio, l’unico strumento che ha la Casa Bianca per tentare la strada della stabilizzazione è fare in modo che i due dossier si uniscano, in un teorema complicato ma evidente per cui la Corea del Nord serve per inviare un messaggio all’Iran e l’Iran per mandare un messaggio alla Corea del Nord.

Quando Trump ha fiutato che Kim potesse aver rallentato i suoi piani di smantellamento dei siti più pericolosi, è arrivata l’escalation con l’Iran e quelle frasi rivolte a Teheran che, in tempi di tensione con Pyongyang, avrebbero potuto essere rivolte tranquillamente anche a Kim. I toni sono più o meno gli stessi.

Dall’altro lato, la Corea del Nord è un utile strumento (secondo la Casa Bianca) per mostrare all’Iran una via distensiva. Il summit di Singapore è servito a Trump come spot: per l’amministrazione Usa il dialogo è possibile anche con il nemico peggiore. A patto che questo nemico e i suoi alleati si decidano a fare grosse concessioni agli Stati Uniti. Discorso più semplice da fare con la Corea del Nord, più difficile con un Paese come l’Iran che sa di giocare un ruolo da potenza in tutto il panorama mediorientale.

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