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Il vero potere della Cina sotto il mare

La Cina estende il suo potere sugli oceani. Non solo in superficie, ma anche in profondità. La dottrina navale di Pechino in questo secondo decennio del XXI secolo è stata improntata a un sensibile cambio di passo rispetto a quella precedente. Abbandonata l’attenzione quasi esclusiva verso le acque contigue, adesso l’obiettivo cinese è espandere la propria proiezione navale anche nelle acque più profonde. Un cambiamento di passo che è sicuramente da ascrivere alle nuove sfide della politica cinese nel Pacifico e nell’oceano Indiano, ma anche come traduzione strategica del nuovo impulso dato da Xi Jinping. Quello che vuole il governo cinese è un Paese che esce dal guscio del proprio immenso territorio per proiettarsi nel mondo. E la marina militare, con i suoi sottomarini, non può che seguire alla lettera questa indicazione politica del Partito. Questa volontà della Cina di estendere la propria influenza nella sfera dei mezzi subacquei si può vedere in due distinti frangenti.

Dal punto di vista regionale, come ricorda Agenzia Nova, la Cina ha lanciato una grande “offensiva commerciale per la fornitura di sottomarini d’attacco ai paesi litoranei dell’Oceano indiano”. Oggi, Bangladesh, Pakistan e Thailandia sono da considerare a tutti gli effetti clienti dell’industria navale di Pechino che esporta i propri mezzi alle marine militari di questi Paesi costruendo una sorta di cintura fisica all’India che vede in quest’azione un’inevitabile compressione della propria capacità di esportare prodotti militari ma anche di estendere la propria influenza. L’industria militare è infatti anch’essa un’incredibile forza propulsiva nei rapporti internazionali. E un Paese che compra mezzi militari da un altro Stato per forza di cose aumenta il livello di relazioni con il contraente.

Il Bangladesh comprò già nel 2013 due sottomarini diesel-elettrici usati Tipo 035 (denominazione Nato: classe Ming), iniziando le operazioni soltanto a marzo del 2017. Il costo basso, 100 milioni di dollari, e l’importanza di avere la Cina come parte del contratto, hanno poi avuto un ruolo fondamentale nella scelta di questo mezzo rispetto alle oltre offerte internazionali, europee in particolare. Ad aprile 2017 è stata la volta della Thailandia, che comprato due nuovi sottomarini Tipo 039A (denominazione Nato: classe Yuan) e che sta valutando l’acquisto di altri due sottomarini della stessa classe I mezzi, considerati tra i più silenziosi dell’industria della Difesa cinese, possono cambiare sensibilmente l’assetto strategico dei Paesi del sud-est asiatico. Infine il Pakistan, ormai alleato della Cina, che nel 2016, su sollecitazione dello stesso Xi Jinping, ha concluso con il governo di Pechino un contratto per la fornitura di otto sottomarini Tipo 039A, di cui quattro da assemblare in Pakistan. Non c’è solo il miglioramento delle relazioni in questa politica, né soltanto l’aumento degli introiti nell’industria bellica, poiché le vendite sono a prezzi molto bassi. La compravendita di sottomarini permette, infatti, alla Cina di esportare non solo i mezzi ma anche infrastrutture e stabilimenti per la manutenzione che potrebbero servire, in futuro per la stessa marina cinese. Un porto, costruito con infrastrutture adeguate ai mezzi venduti, significa che può ospitare già sottomarini del dragone. Inoltre, la vendita di sottomarini permette a Pechino di accumulare informazioni sempre maggiori sulle loro capacità operative. Non solo dei propri mezzi ma anche dei partner regionali.

n episodio, in questi ultimi giorni, può far comprendere la crescente importanza dei sottomarini nella geopolitica cinese. Un sottomarino navale cinese è stato individuato nelle acque vicino alle isole controllate dal Giappone nel Mar Cinese Orientale. Il ministro della Difesa del Giappone, Itsunori Onodera, ha confermato lunedì che si trattava di un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare. Secondo il South China Morning Post, il sottomarino, appartenente alla classe Shang, lungo 110 metri, ed equipaggiato con missili nave-nave con un raggio di 40 chilometri, è stato rilevato giovedì mentre era in navigazione subacquea appena fuori dalle acque territoriali giapponesi, vicino alle isole Senkaku. “Siamo seriamente preoccupati per gli atti che sollevano unilateralmente le tensioni. Manterremo la guardia per rispondere rapidamente se accadesse di nuovo un incidente simile “, ha detto Onodera ai giornalisti. Onodera ha poi confermato un altro atto che per il Giappone ha rappresentato una vera sfida: il sottomarino è emerso in acque internazionali battendo una bandiera cinese sul suo albero. Una provocazione? Secondo gli analisti del quotidiano di Hong Kong potrebbe essere stato un gesto molto più pragmatico, e cioè volto a testare la velocità e le modalità di risposta della Difesa giapponese. Sta di fatto che l’utilizzo di un sottomarino di ultima generazione è un altro segnale del fatto che per la Cina, il controllo dei mari passa adesso anche per il controllo delle sue profondità.

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